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  San Giovanni in Fiore
Galleria Foto 1 >> San Giovanni in Fiore >> Presentazione di F.sco Faeta

 

 

Tra consuetudine ed esercizio di sguardo

 

di Francesco Faeta

 

Presentazione tratta dal libro:

San Giovanni in Fiore - Il volto di un paese antico

Mariano Spina Editore - 1996

 

Conosco Mario Iaquinta dagli anni in cui, insieme ad alcuni collaboratori di San Giovanni in Fiore e di fuori, lavoravo alla costituzione del Museo demologico, da lungo tempo, dunque,  qualcosa come tre lustri. Anche lui, con l’entusiasmo che caratterizzava quel periodo ormai lontano, sebbene molto giovane, dette una mano nei modi che gli erano più congeniali, mettendo a disposizione, cioè la competenza di fotografo, la sua passione per la fotografia e per il paese. Si fece carico, in particolare, della documentazione di alcuni oggetti –gioielli, su cui aveva iniziato a lavorare Francesco Saverio Meligrana prima della sua morte– e di una sistematica opera di riproduzione per contatto delle lastre di Saverio Marra, su cui, anche a seguito di alcune sue segnalazioni, avevamo iniziato a indagare nella prospettiva del recupero storico-critico del fondo. Fece un buon lavoro ma, soprattutto, dimostrò caratteristiche che credo siano intrinseche dei fotografi, siano essi anziani, noti, bravi, ricchi, creativi o giovani, ignoti, modesti, poveri, documentaristi (una sorte di dote di famiglia): quella dell’umiltà e della pazienza. Saverio Marra per primo ha dimostrato come la fotografia sia un lavoro in cui all’occhio e alla passione devono accompagnarsi queste doti indispensabili, senza le quali la realtà si invola e l’immagine, svuotata del suo imprescendibile referente, diviene insieme effimera e ridondante: egli possedeva una disarmante tenacia e una disarmante limpidezza al cospetto dei suoi concittadini e della loro realtà che gli ha permesso di restituire uno dei più vigorosi e intensi ritratti di comunità del Mezzogiorno italiano.  

Nel rivedere le fotografie che Iaquinta ha realizzato su San Giovanni, e che presenta in questa sede, mi sembra che la capacità di attendere e la cognizione dei limiti dell’operatore al cospetto della realtà traspaiano con evidenza e rendano le immagini, al di là del loro essere piana descrizione di una realtà consueta, suggestive.  Tale suggestione è accresciuta da quando il fotografo afferma nel breve testo introduttivo: di essere stato guidato, nel suo progetto dalla nostalgia; di avere voluto documentare un soggetto per lui consueto; di avere voluto lasciare memoria delle cose prima del loro definitivo mutare e perdersi.  

Queste intenzioni sono lodevoli ma, se sono sostenute dalle doti che prima ricordavo, possono produrre grandi danni e, per quel che qui interessa, pessime immagini. La nostalgia può essere cattiva consigliera e generare un’iconografia, o una letteratura, querule e caramellose, ma quando si accompagna alla sobrietà, può divenire guida indispensabile nel rapporto con le cose. Un soggetto consueto può sembrare facile da descrivere e generare una sorta di foga narrativa, presuntuosa e retorica. Come ricordava Ugo Mulas  a proposito della “sua” Milano, è il  più arduo, il più lontano, il più oscuro: soltanto se si accetta l’idea di non conoscere ciò che sembra ovvio sapere se ne può cavare qualcosa di valido. La volontà di documentare può inserire un imperioso telos ideologico nel lavoro, ma può anche restituire quella nudità dello sguardo che rende pura e dignitosa la fotografia. Mi sembra che Iaquinta si muova in questa direzione e produca, sul suo paese, immagini oneste, chiare, veritiere (non, naturalmente, nel senso di essere analogicamente veridiche, ma di essere eticamente rischiarate).  

Un aspetto particolarmente mi colpisce nel lavoro del fotografo: quello di voler essere, per se, innanzitutto, ma anche per i suoi concittadini, esercizio di sguardo.  Il senso della vista, com’è noto, è quello cui siamo debitori del maggior numero di informazioni: tali informazioni, tuttavia, per uno strano fenomeno di aberrazione, sono da noi considerate “naturali”, esenti dall’attività di plasmazione culturale. Al contrario, come la riflessione fenomenologica ha dimostrato, quella del vedere, benché largamente inconscia, è un’attività fortemente culturalizzata.

Crediamo di vedere ope  naturae e in modo isomorfo e, al contrario, vediamo per un atto di selezione culturale del campo e in modo affatto peculiare. La macchina fotografica può aiutarci fortemente a svelare il meccanismo dell’occhio e la funzione dello sguardo, a comprendere la natura particolare e di quanto abbiamo guardato e osservato. Può aiutarci, in definitiva, a conoscere e soprattutto a riconoscere. 

Ecco, mi sembra che nel soffermarsi di Iaquinta su soggetti e oggetti noti e familiari, diuturnamente presenti nel suo campo visivo, vi sia una volontà di esercizio per riconoscere i vettori culturali che sostengono lo sguardo, un intento di reale conoscenza, di comprensione, che li rende qualcosa di diverso da un compiaciuto saggio di fotografia amatoriale.


 Mario Iaquinta - Fotografo - San Giovanni in Fiore (CS) - C.F. QNT MRA 57C06 H919N - Privacy - Note legali
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