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  San Giovanni in Fiore
Galleria Foto 1 >> San Giovanni in Fiore >> Presentazione di Vito Barresi

Il Volto di un Paese Antico

di  Vito Barresi

 

Presentazione tratta dal libro:

San Giovanni in Fiore - Il volto di un paese antico

Mariano Spina Editore - 1996 

 

La rassegna di immagini che Mario Iaquinta pubblica in questo catalogo costituisce un contributo di notevole valore, non solo fotografico, ma anche storico, sociologico e antropologico, volto alla conoscenza e alla comprensione di un mondo vitale, originale e fortemente tipico, quale, quello della comunità silana di San Giovanni in Fiore.

E’ sempre difficile parlare, seguendo una stringente logica oggettiva, di un luogo così affascinante e complesso quale è il capoluogo della Sila.

Tanto più lo è quando si è di fronte a una sequenza di scatti e fotogrammi che sintetizzano, alludono o suggeriscono una trama, un “plot” narrativo, in grado di personalizzare e rendere prepotentemente soggettive le suggestioni provocate dalla storia, dalla geografia e dalla memoria di ciò che fu, per lungo tempo, un’isola di uomini e di pietre incastonate nel diorama vegetale di un magico bosco.

A me pare che il grande merito e l’intensa quanto interiore tensione di Mario Iaquinta sia stato quello di essere riuscito a riportarci, per mezzo dell’interpretazione visiva di San Giovanni in Fiore, nel contesto e in una dimensione del reale, insieme storica e quotidiana.

Per questo, alle spalle dei primi piani, oltre la concretezza delle strutture della vita materiale, si intuisce l’altra faccia del reale, l’immagine latente della vita comunitaria, l’anima, la mentalità e la cifra culturale dell’enigmatico paese di Frate Gioacchino.

La “doppia contingenza” si legge non solo nel richiamo alle emergenze dell’attualità, in quella strana atmosfera di solitudine, abbandono e rarefazione della socialità , in cui sembrano calate le case ed i palazzi del centro silano, ma anche nella residualità delle figure archetipe, gran parte delle quali ritratte sotto le volte di una “oìkos” scomparsa o nella destrutturata cornice di un lavoro che fu, nel bene e nel male, proiezione dell’essere e non bramosia dell’avere.

Mario Iaquinta può vantare a suo favore la dote, davvero rara, di sapere intuire, nel soggetto che inquadra, il soggiacere di altri, apparentemente inavvertibili, aspetti invisibili che pure concorrono a dare voluminosità alle foto, arricchendo le riprese e gli scatti con continue e cospicue citazioni di taglio archeologico, storico-sociologico e antropologico.

In sintesi, l’attualità resta impigliata in una rete di memoria, stagliandosi  su quel profondissimo fondale della tradizione comunitaria, così che tutto appare pervaso, cromaticamente virato, otticamente sfuocato da un beffardo ma impercepibile alone d’epocalità.

Tanto sembra avvenire in quelle foto che ripropongono la gestualità antica dei giochi d’infanzia, una lucidità divenuta opaca nei nostri giorni, dove quegli esercizi di semplificata abilità, di contatto epidermico con le cose ed i materiali primi del mondo circostante non possono più riproporsi nella loro originale essenza.

Così come quelle che ripropongono il secolare rapporto fra artigiano e attrezzi del lavoro, un legame che rimanda al ritmo del tempo economico, alle tipologie dello scambio mercantile, alla misura volariale del processo di fabbricazione o di manutenzione degli oggetti e degli utensili.

E, ancora, in quelle foto che evidenziano la relazione fra uomo ed animale da soma, un rapporto che allude e racconta spazi e tempi del trasporto, leggende sussurrate ai bordi di carrareccie, mulettiere e sentieri, pianori e collinette strappate al bosco e conquistate alla coltivazione, minuscoli mercati al crocevia delle strade regie.

Questa peculiarità dell’arte fotografica di Mario Iaquinta deriva, molto probabilmente, da una sua sperimentata e consolidata perizia nel delicato campo del ritrovamento e  del trattamento  -sia in termini di restauro tecnico che di interpretazione filologica e catalogazione delle immagini-  di tanti archivi privati e repertori di  lastre, confusamente e magicamente accatastate, nel corso di una irripetibile stagione di storia della fotografia di villaggio, da un gruppo di fotografi silani, autentici pionieri della nuova tecnica “a luce lampo”.

Anzi si può affermare che Iaquinta si presenta, nel panorama della fotografia italiana, come superstite discepolo di una scuola d’immagine che l’emigrazione e la modernizzazione, al crepuscolo di quei mondi vitali, contribuirono a distruggere.

Tutto si sperde nell’immenso archivio del tempo. Questo continuo inarrestabile, cedimento del quotidiano nei confronti della deriva storica fa pensare alla crudele fatalità di un eterno gioco solo apparentemente senza ritorno.

Poi, come un lampo di saggezza, un bagliore di luce nell’oscurità della memoria, riaffiorano cose e uomini di quei mondi scomparsi.

Ora noi sappiamo che sul romantico, ma pericoloso, confine dove le tenebre di un alchemico laboratorio di fotografia si dissolvono, impattandosi con la giornaliera solarità di un maestoso teatro della natura, si è appostato un fotografo dei giorni nostri, un operatore-ricercatore che con l’abito della modernità scruta nel fondo molte anime del passato.

Avviene così che tutto si condensa, si sublima e si arrende all’evidenza muta di un gesto, l’umile ombrellaio che ripara per ripararsi da una, ancora non bizzarra né psicoanalitica, meteorologia; all’eloquenza suggestiva, colma di rimandi e di tonalità cromatiche, di quella lampadina Edison, che trasforma e ricompone, nella sua simbolica ampolla di vetro, antiche e magmatiche elettricità, illuminando con discrezione gli ambienti e le vicende, le strade e i vicoli di un cosmo mediterraneo, davvero, inimitabile.

 

 

 

 


 Mario Iaquinta - Fotografo - San Giovanni in Fiore (CS) - C.F. QNT MRA 57C06 H919N - Privacy - Note legali
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